Ogni giorno leggiamo statistiche che parlano di crescita, contrazione, miglioramento o peggioramento di un indice. Nella maggior parte dei casi si tratta di variazioni contenute, pochi punti percentuali che raccontano un trend ma che raramente modificano la percezione del rischio.
Esistono però numeri che non possono essere ignorati.
Uno di questi emerge dall’ultimo rapporto CLUSIT, l’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, che ogni anno analizza gli incidenti cyber più significativi a livello globale e ne valuta l’evoluzione.
Il dato è tanto semplice quanto preoccupante: gli attacchi informatici andati a buon fine sono aumentati del 48,9% rispetto all’anno precedente.
Quasi il 50%.
Un numero che, da solo, dovrebbe essere sufficiente per fermarsi a riflettere.
Cosa c’entra l’AI?
Il rapporto evidenzia anche un altro elemento significativo. Per descrivere l’impatto crescente degli attacchi, è stato introdotto un nuovo livello di severità. Se fino a poco tempo fa il livello massimo era classificato come “Critico”, oggi è stato necessario aggiungere una categoria superiore: “Estremo”.
E non stiamo parlando di casi isolati.
Circa un terzo degli incidenti analizzati, il 33%, ricade proprio in questa nuova fascia di gravità.
La domanda che dovremmo porci è: perché?
Le cause sono molteplici, ma è impossibile non osservare come questa crescita proceda parallelamente all’esplosione dell’intelligenza artificiale.
L’AI sta trasformando il modo in cui lavoriamo, produciamo contenuti e automatizziamo processi. Tuttavia, le stesse capacità che oggi ci permettono di essere più efficienti sono a disposizione anche di chi cerca di compromettere sistemi, dati e organizzazioni.
La differenza rispetto al passato è che molte attività che richiedevano competenze elevate, tempo e risorse, oggi possono essere eseguite più rapidamente, su scala più ampia e con costi molto inferiori.
Gli attaccanti stanno diventando più veloci.
Più precisi.
Più efficaci.
E soprattutto riescono a raccogliere informazioni sulle loro vittime prima ancora di iniziare un attacco.
È qui che si trova il vero cambiamento di paradigma.

E allora come si fa a proteggere i dati?
Per anni abbiamo costruito la sicurezza concentrandoci principalmente sulla difesa del perimetro: firewall, antivirus, sistemi di protezione e monitoraggio. Strumenti indispensabili, ma che da soli non bastano più.
Oggi il primo passo per difendersi è sapere cosa un attaccante vede quando osserva la nostra organizzazione dall’esterno.
Quali servizi sono esposti?
Quali informazioni aziendali sono pubblicamente disponibili?
Quali dati sono già stati raccolti, correlati o analizzati da soggetti terzi?
Quali tracce lasciamo quotidianamente sul web senza rendercene conto?
La verità è che non possiamo proteggere ciò che non conosciamo.
Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce Marxec.
Non come un semplice strumento di cybersecurity, ma come una piattaforma progettata per fornire una visione reale della superficie di esposizione digitale di un’organizzazione.
Marxec analizza ciò che viene esposto verso Internet, monitora il comportamento digitale dell’azienda e raccoglie informazioni utili a comprendere quale sia la percezione esterna della propria infrastruttura e della propria presenza online.
In altre parole, aiuta a rispondere a una domanda fondamentale: “Cosa sanno già di noi prima ancora di provare ad attaccarci?”
Perché la cybersecurity moderna non consiste più soltanto nel reagire agli attacchi.
Consiste nel comprendere il proprio livello di esposizione, individuare i rischi prima che vengano sfruttati e ridurre la quantità di informazioni che possono trasformarsi in opportunità per un attaccante.
Il dato del 48,9% non è soltanto una statistica.
È un segnale.
E i segnali, soprattutto quando riguardano la sicurezza, dovrebbero sempre essere ascoltati prima che diventino incidenti.